Che spettacolo portare a scuola i bimbi rom (20/09/2019)


Perché le fiabe di Esopo?
Perché le fiabe di Esopo sono primitive, danno la possibilità di lavorare in anonimato: tutto è rapportato agli animali che hanno un valore universale. I personaggi non hanno un nome, un luogo o un’epoca, sono funzioni naturali. Mi davano la possibilità di esplorare un mondo libero, creativo. Dicendo: «Sei una volpe», ho potuto lasciare a loro il gioco interpretativo e uno spazio libero di espressione, non schematizzandoli in un ruolo. In più, sentivo la necessità di trasmettere un messaggio educativo, attraverso una morale. Esopo mi ha dato l’opportunità di avere uno schema fisso, che iniziava con “C’era una volta” e “Finisce” e che si ripeteva. Perché i bambini rom non conoscono il racconto, la dimensione della narrazione: vivono il qui e ora. In questo modo sono diventati loro stessi il racconto.

Cosa pensa rimarrà ai giovani rom di questa esperienza?
Aver fatto una cosa insieme. E la memoria di un fatto: pure tra dieci o 20 anni non dimenticheranno mai questa esperienza di rappresentazione. È rimasta senza dubbio l’opportunità di uscire dal campo per una ragione diversa, l’occasione di socializzare pure maldestramente con altri bambini che non siano gli stessi della comunità. Di sperimentare la manualità, di scoprire come sia fatta una scuola, di imparare a porsi un obiettivo, di conoscere e assaggiare cibi diversi e di raccontare i loro. Rimarrà lo scambio, l’arricchimento, il divertimento e la bellezza. Quando saranno adulti, sapranno di aver condiviso una cosa bella insieme ad altri bambini italiani e comunque non rom. Questo sono certo non permetterà a nessuna delle due parti di nutrire pregiudizi o erigere barriere, né di fare male. Avranno in memoria gli applausi, i sorrisi, i dietro le quinte: la loro coscienza è codificata nella condivisione.

Dopo il successo tanto inaspettato quanto meritato, come darà seguito a questo progetto di integrazione?
Stiamo cercando anzitutto di creare delle occasioni per farli rincontrare, perché non è permesso loro di uscire dal campo. Ci piacerebbe dare continuità ai legami creati, ma ci rendiamo conto di aver bisogno della consapevolezza e dell’appoggio dei genitori, che purtroppo lungo questo percorso non sono stati presenti né partecipativi. Attuare un cambiamento culturale in sistemi così radicati non è mai semplice.
Tra le fotografie relative allo spettacolo ce n’è una che ritrae in un angolo, vicino alla porta, una signora vestita di rosso, con un abito certamente diverso da tutti, elegantissimo: è la mamma dei bambini rom, che fanno capo ad un’unica famiglia, un unico cognome.
Allo spettacolo è venuta solo lei. I suoi occhi sono ammirati, il suo mi è sembrato un atto di grande coraggio. È venuta volontariamente, da sola, non si è avvicinata a nessuno, ma ha indossato un abito elegante e ha scelto di esserci. Quello che dobbiamo fare adesso è tentare di istituzionalizzare il progetto: vorrei provare a portare lo spettacolo nella sala consigliare della mia città alla presenza del sindaco, aperto al pubblico, invitando anche tutti i consiglieri. Vorrei che ci si rendesse conto dell’emergenza culturale a cui dobbiamo far fronte con i mezzi giusti, insieme.
Dal prossimo anno, sarebbe bello farlo diventare un metodo, esportandolo anche in altri campi rom.


Nella foto di apertura: Martinelli circondato dai suoi attori bambini in un momento della rappresentazione di “Così si fa” – credit foto: Laboratorio Urbano Open Space



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