Cosa accade al movimento per i beni comuni? (17/07/2019)


Commons, cioè “comunanze”

La usuale traduzione letterale di commons come “beni comuni” rischia di contribuire a portarci inconsapevolmente fuori strada. Prima di essere delle res (risorse), i commons sono un sistema di relazioni inseparabili tra le persone, tra le persone e i doni della natura (ecosystem services), tra gli strumenti e i sentimenti. Come scrivemmo in un libro pionieristico (La società dei beni comuni, Carta e Eds, 2010) sarebbe più giusto tradurre commons con “comunanze” (comunidades, in spagnolo). Così la pensano i principali teorici e sostenitori dei commons negli US (Davide Bollier, La rinascita dei commons. Successi e potenzialità del movimento globale a tutela dei beni comuni, Stampa alternativa, 2014; Silvia Federici, Reincarnare il mondo. Femminismo e politica dei commons, Ombre Corte, 2018)), in Europa (David Bollier e Silke Helfrich, The Wealth of the Commons. A Wrld Beyond Market & State, The Commons Strategies Group, 2012; Massimo De Angelis, Omnia Sunt Communia. On the Commons and the Transformation to Postacitalism, Zed Books, London, 2017) e in Italia (Alberto Magnaghi, Il territorio come bene comune, Fi University Press, 2012). Ciò riaffermato – insisto, al fine di non sterilizzare l’idea estensiva dei commons come disegno di una società basata su relazioni umane non utilitaristiche – vediamo ora come si può incominciare a far precipitare tali principi nelle dinamiche politiche concrete. La rivendicazione dei beni comuni da parte di una galassia di movimenti è la leva del possibile cambiamento. Innanzitutto questi gruppi di persone, abitanti, lavoratori, “consumatori”… chiedono che l’oggetto del loro contendere venga messo “fuori mercato”, demercificato, sottratto alle logiche della massima redditività, produttività e profittabilità. Venga, cioè, messo in discussione il peso del “terribile diritto” (Rodotà) della proprietà esclusiva e assoluta: il dominus sulle cose. Attraverso il diritto di proprietà gli esseri umani hanno misurato e codificato il rapporto che si instaura tra sé e le cose che li circondano e tra sé e il resto della collettività. Ricordo che l’art. 832 del Codice Civile, il fulcro della regolazione statale dei poteri fondamentali in una società capitalista, recita (ancora): “Il proprietario ha il diritto di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo”. Nemmeno la guerra di liberazione antifascista e settanta anni di Costituzione sono riusciti a scalfire questa norma! Come scrisse Stefano Rodotà, quindi, nel futuro “Il grande terreno di battaglia sarà la proprietà” (I beni comuni. L’inaspettata rinascita degli usi collettivi, la scuola di Pitagora, editrice, 2018). Bene. Non è certo né indifferente, né irrilevante il tipo di regime proprietario e il titolo di appartenenza dei beni. Limitare, “costituzionalizzare”, relativizzare i diritti esclusivi della proprietà sulle cose è certo un grande passo avanti (in tal senso ogni proposta di modifica del Codice Civile dovrebbe essere ben accolta). Sarebbe da sciocchi non tenerne conto! É quindi necessario cambiare l’ordinamento giuridico per riuscire a preservare i “beni comuni” sancendone la loro inalienabilità, indivisibilità, inusucabilità, perpetua destinazione d’uso… a favore delle collettività, presenti e future. É ovvio, che per ottenere un maggiore controllo sull’uso dei questi beni e servizi (materiali o immateriali, naturali o artificiali, locali o globali…), che le popolazioni individuano come necessari al loro benessere, è meglio che il titolo giuridico di appartenenza sia “pubblico”, collettivo, partecipato, vincolato… Ma non basta.

Non basta una nuova categoria giuridica

La questione – a mio modo di vedere – non è se i beni comuni siano da considerarsi o no pubblici (cioè nè privati, né res nullius). Sono sicuramente pubblici! Ma se la formula migliore di possesso pubblico (cioè collettivo) debba essere sempre e solo quella statale (cioè gestita da una persona giuridica di diritto pubblico) o non anche – e di più – quella delle comunità di riferimento del bene e del servizio pubblico capaci di autogestirseli direttamente (anche queste sono “comunità politiche”, cioè istituzioni formate da persone fisiche liberamente associate) con modalità che stabiliscano la inalienabilità, la preservazione nel tempo dei benefici, il libero accesso condiviso senza discriminazioni, ecc. In questo senso ciò che conta non è tanto la definizione giuridica del bene o del servizio quanto le “regole d’uso”. Il problema che pongono i sostenitori dei commons è che per difendere i beni comuni non basta inserirli nella categoria giuridica dei beni di proprietà pubblica. Occorre rafforzare, rendere effettivo il loro “uso pubblico”. Lo stato e i suoi enti (lo stato come personalità giuridica a cui lo “stato comunità” ha affidato i compiti di gestione del bene comune) risponde a logiche politiche che – quando va bene – sono quelle della democrazia rappresentativa e della volontà delle maggioranze pro-tempore. E sappiamo bene che – negli ultimi trent’anni almeno – l’“interesse pubblico” generale che i parlamenti e i governi legittimamente hanno proclamato coincide con il buon funzionamento dell’economia di mercato. Ad esso sono stati resi funzionali (sacrificati) anche i “beni comuni”. Il pessimo stato della condizione biofisica del pianeta ne è la più tragica delle dimostrazioni. Secondo l’interpretazione corrente delle maggioranze (liberali o socialdemocratiche che si sono alternate nei governi dei “paesi avanzati”, poco importa) la “finalità sociale” della proprietà (di qualsiasi proprietà) è quella di produrre più utilità economica possibile. É in corso un colossale processo di privatizzazione e mercificazione e di creazione di sempre nuove enclosures, di “permanente accumulazione primaria” (Rosa Luxemburg), resa possibile proprio attraverso l’intervento attivo degli stati (vedi legislazione su sementi, proprietà intellettuale, genoma umano, internet, moneta…). Il mito bugiardo borghese dello stato “terzo”, arbitro neutrale, strumento atto a difende i deboli dallo strapotere delle élite si è sgretolato sotto i colpi della globalizzazione e della finanziarizzazione. La teoria e la pratica dei commons sfida il costituzionalismo formale, astratto, dei diritti per fare riferimento alle condizioni strutturali della solidarietà materiale dei bisogni. Oggi sappiamo che gli stati possono vendere il Colosseo e il Ponte di Rialto con un semplice decreto del ministro delle finanze. I beni comuni e i relativi servizi che svolgono – comunque vengano individuati e qualunque sia la loro natura – non sono messi al riparo dalla formale appartenenza al demanio pubblico. Per riappropriarci dei beni d’interesse comunitario dobbiamo quindi tagliare le unghie al privato, ma è necessario anche andare oltre il pubblico-statale. Insomma, oltre le due tradizionali categorie giuridiche legittimate da quando gli stati nazionali borghesi hanno abolito l’idea stessa dei commons, delle res communes omnium, dei beni di tutti e di nessuno. In questo senso caratterizziamo i beni comuni come quei beni che sono indispensabili all’agire dell’uomo nella comunità e ne garantiscono la dignità sociale.



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