Ise Bosch, così cambia la filantropia (13/01/2020)


Che cos’è la “filantropia trasformativa? Come cambia il concetto di filantropia oggi? Se la definizione tradizionale del filantropo è di chi dona il suo denaro per una buona causa, una definizione più attenta ai tempi è sicuramente vicina a quella di Michael Moody e Beth Breeze in The Philanthropy Reader (2016). Il ruolo del filantropo per questi autori è di chi «dona il proprio tempo, talento, voce, prestigio, capitale sociale, oltre alle sue risorse finanziarie».

La European Foundation Center (Efc) ha di recente elaborato una classifica delle qualità necessarie per valutare la funzione filantropica: tra queste il bene pubblico che un’istituzione è in grado di perseguire; la varietà di risorse di cui dispone; la competenza nell’utilizzare quelle stesse risorse; l’autonomia; i valori e le strategie; la sua rilevanza per la società. Questo spettro di qualità permette di allontanarsi da una definizione esclusivamente giuridica o legalistica della filantropia.

Pioniera in questo senso è sicuramente Ise Bosch tra gli eredi diretti di Robert Bosch, capostipite della famiglia tedesca di industriali di elettrodomestici. Alla morte di suo padre Ise Bosch ha scelto di restituire alla famiglia la sua quota di azioni e costituire una propria fondazione Dreilinden, molto snella, in grado di operare in modo innovativo e inedito. Nel libro che ha pubblicato da poco, Transformative Philanthropy: giving with trust (Dreilinden 2018) racconta la sua esperienza di donatrice nell’ambito della giustizia sociale, in difesa dei diritti delle persone discriminate e emarginate per questioni di identità di genere e di appartenenza alle comunità Lgbtqi. Dreilinden lavora soprattutto con associazioni e piccole realtà sul territorio in diretto contatto con le comunità.

«C’è un’enorme differenza», spiega Bosch, «tra l’esperienza di chi ha fatto parte di una comunità e quella di chi è un professionista del campo della filantropia, ma che deve imparare a conoscere e a capire quelle comunità. Penso che questa differenza sia spesso sottovalutata». Donare ha una sua logica, riflette Bosch, si rivela attraverso l’impegno e il cuore: piccole iniezioni di capitale privato, una strategia più agile nel difendere oggi gli spazi ridotti della società civile.

Nel 1996 Ise viene in contatto con la Astraea Lesbian Foundation for Justice a New York City. Lasciandosi guidare dall’esperienza di quell’istituzione crea il Fondo internazionale Astraea per le minoranze sessuali, che fino ad oggi ha donato quasi 19milioni di dollari a oltre 500 gruppi in 99 Paesi diversi. Astraea è interessante perché
è un fondo con un focus importante sulla costruzione di movimenti e di competenze. Le sue strategie comprendono il sostegno a gruppi emergenti per ottenere la massima resa dal danaro disponibile, il capacity building ossia costruzione di competenze per favorire cambiamenti sociali. Un report recente tra gli assegnatari di bandi ha rivelato che l’80 per cento delle persone beneficiarie ha affermato che Astraea ha permesso di fare cose che altri fondi non avrebbero finanziato.

Nel 2001 insieme a otto altre ereditiere, Ise ha fondato Filia die Frauenstiftung che ha dato vita a qualcosa che non esisteva prima, una filantropia femminista. Il modello è quello di una fondazione pubblica. La fondazione invita nuovi membri a fare donazioni al programma corrente e contribuire al capitale della fondazione. Come spiega Ise, «fare donazioni dentro una partnership tra uguali con negoziazioni trasparenti con le organizzazioni femminili rappresenta una parte fondamentale di ciò che facciamo». Filia è diventata la più importante fondazione in questo ambito con 70 contribuenti al patrimonio e molti altri che contribuiscono regolarmente. Dreilinden, la fondazione di Ise Bosch a oggi ha donato nove milioni di euro.

“Transformative Philanthropy” per Bosch vuol dire un’apertura di fiducia verso organizzazioni che vengono accompagnate attraverso una nurturing cycle ossia una crescita guidata alla gestione di donazioni olistiche, finalizzate a obiettivi che non vengono contabilizzati numericamente, ma valutati pragmaticamente. Una parte importante del libro è dedicato alle bellissime fotografie di Muholi, artista e “attivista visiva” del Sud Africa, quest’anno celebrata anche alla Biennale di Venezia. Le fotografie di Muholi riposizionano i temi di genere e di identità etnica attraverso una serie di immagini bellissime.

In sintesi la filantropia ha bisogno di costruire nuove pratiche in sintonia con le priorità e le modalità di azione del nostro tempo, poter rinnovare la propria narrazione, creare un’inedita trasparenza per contare di più anche nei Paesi democratici in grande crisi. Donazioni solitarie o isolate non potranno da sole generare cambiamenti. La via per il futuro dovrà necessariamente essere quella di una sinfonia di risorse, reti di relazioni e nuove politiche di inclusione sociale.



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